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![]() Sito aggiornato il 19.09.2026 |
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Parrocchie di Isola della Scala e Pellegrina
XXV Domenica del Tempo Ordinario
Poter servire Dio e lavorare nella vigna del
suo Regno, non è un merito, ma un
privilegio, e la ricompensa che ci è data è la
gratuità del suo amore, pensato per tutti e
offerto a tutti, tanto per gli operai della
prima ora, quanto per quelli dell’ultima ora.
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Introduzione lettera Pastorale “Sulla via” del Vescovo Domenico
Viandante, sono le tue orme, il cammino, e
nulla più; viandante, non c’è cammino, si fa il cammino andando. Andando si fa il cammino, e rivolgendo lo sguardo indietro si vede il sentiero che mai si tornerà a calpestare. Viandante, non c’è cammino, ma soltanto scie nel mare.
Siamo viandanti. Lo siamo perché veniamo
al mondo con una nascita incompiuta e una
strada da cercare, passo dopo passo. Lo
siamo perché non possiamo fermare la
storia, perché le cose cambiano e non
sempre secondo i nostri desideri, perché la
vita scorre sospesa su un filo invisibile,
perché ci alziamo ogni giorno con il peso del
passato sulle spalle, la polvere del presente
sui piedi e la luce del futuro negli occhi.
Lo siamo quando ci capita di lasciare casa
nostra perché in pericolo, perché abbiamo
fame, perché cerchiamo un lavoro. E lo
siamo anche per fede, perché i cristiani sono
“quelli della via”: pellegrini che cercano
faticosamente di tenere il passo del Risorto.
I versi di Antonio Machado dicono,
comunque, qualcosa di radicale riguardo a
ogni storia: il cammino non è già tracciato, si
apre - si crea - nell’atto stesso del mettersi in
movimento. Inizia con il primo passo, quello
che nessuno può fare al posto nostro, e
prende forma in una sequenza quasi mai
lineare, lasciandosi riconoscere dalle orme
sulla terra. Sull’acqua del mare, nemmeno
quelle: solo scie che si dissolvono.
Eppure, ciò non importa: il cammino non si
conserva, si continua.
Nella lettera Sul silenzio le prime
indicazioni pastorali venivano descritte
come “scie del mare” di Machado:
provvisorie e incisive al contempo. Questi
verso ritornano ora perché si va
riannodando un filo mai spezzato, che oggi
prende i colori dell’Assemblea diocesana (16
maggio scorso) e del discernimento che ne è
seguito. Tra Sul silenzio e queste pagine lo
spazio non è vuoto: vi abita ciò che ciascuno
di noi ha vissuto, e vi si riconosce anche
l’intero cammino della Chiesa scaligera. In
questo cammino, cercato con desiderio e
insieme con senso della misura, si situano
anche le altre Lettere: Sulla luce, che
chiedeva di risvegliare “la nostalgia del
mare lontano e sconfinato” prima ancora di
distribuire i compiti e di organizzare il
lavoro, e Sul limite, che mostrava come un
confine possa essere il guado di un fiume,
una soglia da attraversare, un sentiero,
appunto. La strada, dunque, è ancora la
stessa. Le orme, però, sono molte di più e
hanno tracciato percorsi diversi. Viene il
momento di guardarli insieme, riconoscere
che cosa è essenziale e dare forza a ciò che si
è rivelato più fecondo. Questa lettera porta
in copertina un deserto, non è un’immagine
di crisi. Il deserto e il mare hanno in comune
proprio ciò che Machado ha visto: sono i due
luoghi in cui le orme non restano. Il vento le
copre come l’acqua le dissolve, e chi vi passa
non lascia dietro di se una strada già pronta
per chi verrà dopo. Eppure è esattamente là
che la Bibbia colloca l’origine di un popolo.
Nel deserto Israele impara a essere libero e
grato; impara a ricevere e a condividere un
pane che non si coltiva né si guadagna;
impara a riconoscere fratelli e sorelle. E
impara l’ultima cosa, la più difficile che
nessuno di noi fa camminare gli altri. Il
cammino si fa andando, certamente, ma è
Dio a farci camminare. Far memoria del
deserto non serve dunque a ridestare la
sofferenza dei passaggi difficili, ma a
metterci in contatto con una promessa viva:
la terra arida fiorirà, nonostante tutto.
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